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Sei qui Home Rassegna Stampa Le origini di un'isola antica
PDF  Print  E-mail  Sunday, 20 January 2008 09:40
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Si è svolta domenica sera alla presenza di un discreto pubblico, nei locali del Museo Etnografico, la conferenza sul ripopolamento della città tenuta da Marco Massa, presidente della coop Studio 87 che gestisce l’archivio storico, e da Nicoletta Marrocu, che ha presentato la sua tesi di laurea sull’argomento.

La manifestazione è stata organizzata dall’Ati tra le coop Archeotur e Studio 87, con la collaborazione di Simbdea nell’ambito della giornata “Porte aperte: i musei per i beni immateriali” promossa dal Ministero per i Beni Culturali. «L’insieme dei documenti raccolti nei diversi archivi - ha detto Marco Massa - consente di modificare alcune affermazioni date oramai per scontate dagli storici, forse una delle più rilevanti è il fatto che la flotta aragonese che arrivò nel Golfo di Palmas sbarcò proprio a Sant’Antioco e non alle foci del fiume Palmas come comunemente si crede. A riprova di questo possiamo citare un portolano genovese in cui si nota come l’isola sia chiamata Palmas di Sols, ed è così chiamata anche in un portolano turco del sedicesimo secolo». Massa ha poi fatto notare come siano ancora tantissimi i documenti dispersi in diversi archivi, da quello della corona aragonese, oramai confluito nell’Archivio di Stato spagnolo, all’Archivio di Stato di Torino, agli archivi delle diocesi di Cagliari e Iglesias ed a quello Vaticano. «Intendiamo proseguire - ha detto a margine della conferenza l’Assessore alla cultura Daniela Ibba - nella politica di acquisizione dei documenti dagli altri archivi anche per aiutare gli studiosi locali a reperire almeno le copie delle carte in loco». Nicoletta Marrocu ha affrontato il tema del ripopolamento in relazione agli anni immediatamente precedenti e successivi al 1755. «L’ipotesi dei Savoia - ha detto Marrocu - era quella di ripopolare l’isola con popolazioni sardo corse, l’accertamento della consistenza dei possedimenti sardi e della residenza di diverse famiglie nell’isola, servì a bloccare questo disegno». La studiosa ha poi parlato anche dell’esperienza dei primi abitanti di Calasetta, dove i coloni piemontesi, dopo quasi dieci anni di lavoro furono costretti a rientrare in patria. Il loro modo di coltivare, secondo quanto rilevato dalle autorità dell’epoca, era poco adatto ai terreni che avevano avuto in assegnazione.

Fonte  Carlo Floris, La Nuova Sardegna

 
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