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Sei qui Home Rassegna Stampa Il museo festeggia 50 anni di chiusura
PDF  Print  E-mail  Friday, 02 September 2005 13:01
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È una lunga storia quella del museo archeologico di Sant’Antioco, un sogno che finora nessuna amministrazione è riuscita a realizzare.

È di questi giorni la polemica con l’assessore regionale alla Cultura, in merito all’istituzione di un polo museale regionale fenicio punico nel Golfo di Oristano contro il quale si sono scagliati, in rapida successione l’archeologo Piero Bartoloni il presidente della seconda commissione consiliare di Sant’Antioco Mario Marroccu, il sindaco Eusebio Baghino ed infine il sindaco di Carbonia Tore Cherchi e l’assessore provinciale alla Cultura Sechi.
 Per il Sulcis, il più grande sito minerario della Sardegna da epoca preistorica, e per questo sede di importanti insediamenti sin da prima del periodo nuragico e poi fenicio punico e romano, questa è stata sentita come una iattura, una sorta di scippo di un primato per il quale parlano soprattutto i monumenti, gli insediamenti, i ritrovamenti.
 Nella zona Sant’Antioco è sempre stato il polo archeologico più rilevante, ma non si possono certamente considerare minori i siti del Monte Sirai, o del Nuraghe Seruci, senza parlare poi di Pani Loriga e Montessu.
 La ricchezza del territorio è stata sentita già dai primi studiosi di antichità, come il canonico Spano, che nel 1856, visitando Sant’Antioco, scriveva: «Se nel perimetro di questa antichissima città si fossero fatti degli scavi regolarmente, quella sola, sarebbe stata sufficiente per la formazione di un ricchissimo museo».
 La valorizzazione vera e propria del patrimonio archeologico sulcitano fu merito dell’eminente archeologo e soprintendente delle antichità sarde, Antonio Taramelli, che dal 1908 alla fine degli anni 30 fu promotore di diverse campagne di scavo nell’isola sulcitana.
 Con queste premesse l’amministrazione comunale avvertì la necessità, nel 1955 di istituire il museo archeologico sulcitano.
 Allo scopo venne nominata una commissione composta da: Ottavio Flore, Giuseppe Cabras e Stefano Susini. Fu la prefettura, dietro suggerimento della Soprintendenza Archeologica di allora, a bocciare la delibera. La costruzione dell’opera cominciò solo nella prima metà degli anni ’70 del secolo scorso e ad oggi, dopo 30 anni dalla posa della prima pietra, il lungo calvario della realizzazione dell’opera può dirsi concluso. La Regione, dal 1986 ha finanziato con la Legge 28/84 prima e con i progetti speciali a partire dai primi anni ’90 la gestione di Museo, Tophet e aree archeologiche. Le sale espositive in precedenza si trovavano nel vecchio Antiquarium, poi nel Monte Granatico. A garantire la fruibilità delle strutture gli operatori della cooperativa Archeotur. L’attuale Direttore onorario, Piero Bartoloni, chiede un organico nel quale sia presente un Direttore di provata esperienza scientifica, insieme ad un fotografo e ad un restauratore, oltre al personale di sala e di custodia. ‹‹Il museo può quindi essere aperto e visitato già da ora, perché il personale per la guida, la vigilanza e l’assistenza ai visitatori, esiste ed è interamente finanziato dalla regione - dice Marco Massa, operatore culturale e segretario dei Ds, - con venti anni di professionalità alle spalle. Si può fare un ragionamento per le altre figure professionali altamente qualificate che interessano il polo museale fenicio punico del Sulcis in collaborazione con le altre realtà museali del territorio. Con queste si possono programmare e realizzare attività di promozione e valorizzazione dello straordinario patrimonio archeologico della provincia››. In questo ragionamento, secondo il segretario dei Ds è importantissimo il ruolo di coordinamento e indirizzo della provincia del Sulcis Iglesiente.
 Non si tratta di creare qualcosa di nuovo ma di sfruttare al meglio le potenzialità che già esistono. «Penso ad esempio ad un comitato scientifico che operi all’interno di un polo fenicio punico del Sulcis - sottolinea Massa - con tutte le professionalità necessarie, anche nuove se indispensabili, che lavorino per il territorio e siano utili a tutte le realtà. Per questo serve una organizzazione ed una programmazione comune a tutte le istituzioni culturali presenti. La vera arma vincente sarà proporre la storia di tutto il territorio che si è sviluppato in maniera omogenea dal sesto millennio a.C.».


Fonte: Carlo Floris, La Nuova Sardegna

 
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