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PDF  Print  E-mail  Friday, 17 June 2011 13:45
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Da Calasetta a Sant’Antioco è sicuramente preferibile seguire la strada costiera, un po’ stretta
ma in grado di offrire scenari
Mototurismo 93

In questa zona sono molto frequenti i vigneti, allevati ad alberello per contrastare la forza
del vento e nati in terreni sabbiosi che conferiscono al vino fantastici sapori. Qui siamo nella terra del Carignano del Sulcis, un vino rosso di grande struttura e di antica tradizione. Meglio approfondire l’argomento con una sosta all’enoteca delle Cantine “Sardus Pater” a Sant’Antioco.
Il borgo è una delle più antiche fondazioni fenice della Sardegna, i cui resti sono ancora
visibili e visitabili; nel centro storico la Basilica ospita le catacombe paleocristiane ricavate da ipogei punici. Le cosid dette “grotte” di Sant’Antioco facevano parte della necropoli punica di Sulci, antico nome della città, formata da tombe a camera sotterranea scavate nel tufo. Ogni tomba disponeva di un corridoio d’accesso per scendere e la camera in cui si deponevano i corpi dei defunti e i loro corredi.
Nell’800 la popolazione aumentò considerevolmente e molti nuovi arrivati si stabilibivalve presente nei fondali del Mar Mediterraneo.
Il suo colore ambrato e scuro si modifica se viene esposto alla luce, dove per effetto dei raggi del sole diventa oro; il tessuto che se ne ricava è particolarissimo e costoso.
Proseguiamo il percorso attraversando lo stagno di Santa Caterina, a Tratalias. Meritevole è la chiesa di Santa Maria di Monserrato, conservata ottimamente e ammirevole esempio di architettura romanico-pisana del XII secolo.
Nelle grotte, già sporadicamente utilizzate. Un tramezzo di sostegno faceva sì che la grotta si
potesse dividere in due stanze, una per i genitori e l’altra per i figli; il letto era una stuoia di
tifa, pianta erbacea della palude. All’ingresso invece si trovava un piccolo camino per cucinare, un tavolo e in alcuni casi panche; nelle nicchie, un tempo utilizzate per riporre il
corredo funebre, ora trovavano posto il vasellame da cucina.
Senza acqua e servizi igienici, costringeva le donne a recarsi alla fonte con una brocca sulla testa e una sul fianco. Chi viveva in questa zona non era integrato con il resto del paese, e mentre l’evoluzione faceva progredire lo stile di vita degli altri abitanti qui il tempo si era fermato. Intere generazioni hanno continuato a vivere allo stesso modo fino al 1998, anno dello sgombero della città ipogea. I gruttaiusu, gli abitanti delle grotte, tiravano a campare con i lavori più umili, in loro l’arte di arrangiarsi li fece crescere come abili artigiani nel preparare ceste, attrezzi, ma ben poco riuscivano a realizzare per il loro status sociale.Spesso la parola “gruttaiusu” viene utilizzata come appellativo dispregiativo, forse senza ben conoscere la gente che ha vissuto sì in condizioni estreme ma anche con estrema dignità.
Fonte:  Mototurismo giugnoi 2011
 
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