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Sei qui Home Rassegna Stampa Sulky, la più antica città sarda
PDF  Print  E-mail  Sunday, 20 November 2005 08:11
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Sulky, la città che ha dato il nome alla regione, è la più antica città, intesa come centro abitato organizzato, della Sardegna.

Questo è il dato dal quale sono partiti gli studiosi riuniti ieri in convegno nella sede del palazzo comunale. Oggetto fondamentale della discussione fra i ricercatori i rapporti fra civiltà nuragica e civiltà fenicio e punica. Il bilancio dell’esperienza di scavo nell’area vasta del Sulcis in questi ultimi dieci anni, alla luce del testo pubblicato da Giovanni Lilliu nel 1944 sulla rivista Studi Etruschi. Ovviamente molte cose sono cambiate nella conoscenza dei rapporti fra i due popoli ma alcune questioni stabilite dal grande studioso rimangono ferme. Il convegno è stato organizzato dal direttore onorario del museo archeologico Piero Bartoloni, che è docente di archeologia fenicio punica a Sassari, con il patrocinio dell’assessore alla Cultura del comune di Sant’Antioco Mariano Gala, con la collaborazione dell’Archeotur. Dopo i saluti di rito del vicesindaco Lucia Pittau e dell’assessore provinciale alla Cultura Alberto Sechi il convegno entra nel vivo con il contributo degli studiosi, a cominciare da Piero Bartoloni, padrone di casa. «Questo è un convegno importante - ha detto Paolo Bernadini, direttore archeologico della soprintendenza di Cagliari - perché riprende e celebra un momento importante di riflessione di Lilliu sul tema. È importante che si svolga a Sant’Antioco perché la regione sulcitana ha restituito materiali fondamentali per la conoscenza del periodo di interazione fra i due popoli». Secondo Bernardini è importante anche perché l’argomento è oggi di attualità politica. C’è un tentativo che sta prendendo piede, secondo il direttore, di valorizzare al massimo la cultura nuragica svilendo le contaminazioni ed i rapporti con le civiltà successive. Questa sarebbe una lezione anche per il mondo moderno. Nella ricerca dell’identità dell’isola sarebbe un errore isolarsi, pretendere di valorizzare una sorta di età dell’oro nuragica. L’identità si salva aprendosi alle altre culture ed allo scambio con altri popoli valorizzando il dialogo ed il confronto con altre realtà. Al convegno era assente il «diavolo», mai nominato in modo aperto ma sempre presente negli accenni polemici a falsi studiosi che elaborano teorie che magari solleticano l’orgoglio dei sardi ma che non hanno validità scientifica, cioè Sergio Frau, che con il suo libro sulle Colonne d’Ercole ha posto alcune ipotesi suggestive sulla storia dei sardi. Gli studiosi negano qualsiasi patente di veridicità o meglio di validità scientifica alle sue ipotesi e tuttavia sul tavolo rimane una grande questione. Come ha fatto notare Rubens D’Oriano c’è uno iato, una cesura, nella civiltà nuragica tra la fine del decimo secolo ed il sesto secolo. Improvvisamente le tombe di giganti numerosissime, in epoca nuragica piena, scompaiono e non si rinvengono quasi altre sepolture. Le poche tombe che si rinvengono sono ipogee e da collettive divengono a sepoltura singola o di coppia. Cosa è successo ai nuragici? Una rivoluzione culturale o c’è stato un crollo demografico? È a queste domande che gli studiosi dovrebbero cominciare a rispondere. Ovvio che per rispondere sono necessarie ricerche sul campo e quindi risorse che qualcuno deve spendere. Non sarebbe male invitare università, magari americane o tedesche, a campagne di scavo in Sardegna per decifrare questo enigma.


Fonte: Carlo Floris, La Nuova Sardegna

 
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